WEST 24 - Liegi Job shadowing

Dal 19 al 23 maggio 2025 ho svolto attività di job shadowing presso due istituti scolastici di Liegi: l’Institut Maria Goretti (una scuola professionale) e soprattutto il Collège Saint-Barthélemy (una scuola corrispondente a un nostro liceo). Ho innanzitutto seguito lezioni di latino e letteratura francese e ho avuto così la possibilità di notare alcune differenze di metodo nell’apprendimento della lingua e della letteratura. In particolare, ho constatato che non vengono utilizzati libri, sostituiti da file proiettati alla lavagna; inoltre, che nello studio del latino si parte da schede di cultura e civiltà, dove parti in lingua antica si alternano a parti tradotte, ed è ben presente una componente ludica di giochi come i cruciverba. Si usa questo metodo per cercare di interessare gli studenti allo studio del latino e i colleghi belgi sono rimasti sorpresi nell’apprendere che in Italia, nel biennio liceale, raramente ci si pone questo problema quando si sottopongono agli studenti, per così dire, aride pagine di regole grammaticali corredate da severi esercizi. Considerata la rapida diminuzione degli alunni disposti a studiare latino in Italia, è da chiedersi se, adottando perlomeno alcuni aspetti del metodo in uso in Belgio e in altri Paesi europei, si potrebbe invertire almeno in parte la tendenza.

Ho concordato con la dirigenza del Collège Saint-Barthélemy altre attività per acquisire una visione più ampia della gamma di attività che vengono svolte in una scuola belga, oltre alle canoniche lezioni. Ho pertanto assistito a una conferenza durante la quale alcuni studenti hanno raccontato la propria esperienza di viaggio di istruzione in Ruanda, che ha dato loro la possibilità di approfondire le cause del genocidio dell’etnia Tutsi, ma anche i tentativi di rappacificazione in corso nel Paese. Altri studenti hanno poi esposto la situazione di guerra civile in cui attualmente versa il Congo, che con il Ruanda confina. Ho trovato significativo che gli studenti si siano soffermati sulle colpe delle autorità coloniali belghe, in quanto in Belgio sono presenti forti comunità provenienti da quei due Paesi africani e molto c’è ancora da fare per sviluppare una visione condivisa sulle responsabilità del periodo coloniale e sulle modalità di convivenza con comunità un tempo sottomesse, ora talvolta marginalizzate nella loro condizione migratoria. A questo proposito va detto che la scuola Saint-Barthélemy punta molto sull’inclusione degli studenti a prescindere dal retroterra etnico o culturale, prevedendo, ad esempio, fondi più che adeguati per supportare le famiglie che abbiano difficoltà a pagare per le gite scolastiche dei figli, o permettendo di acquistare computer a un prezzo poco più che simbolico.

Ho poi preso parte alle prove di una serie di brevi conferenze (circa dieci minuti per alunno) che gli studenti dell’ultimo anno delle Superiori – l’anno definito, non a caso, della “rhétorique” – devono tenere per dimostrare di aver acquisito la capacità di parlare in pubblico. Ciò mi ha spinto a chiedermi se in Italia si fa abbastanza per sviluppare negli studenti una competenza spesso così importante nel contesto lavorativo e sociale.

Infine, ho avuto la possibilità di assistere a una giornata laboratoriale presso un istituto di formazione degli insegnanti, che in Belgio intraprendono un percorso specifico per l’insegnamento in alternativa all’università. Gli aspiranti docenti hanno organizzato molteplici attività unificate dal tema del pane, declinato nei suoi aspetti biochimici e ambientali, o economici e sociali. Destinatari dell’iniziativa erano gli alunni dell’età corrispondente alla nostra scuola secondaria di primo grado, che hanno potuto cimentarsi in varie attività di laboratorio, con l’uso, ad esempio, di strumenti scientifici come il microscopio. Visto il successo dell’iniziativa e l’interesse degli alunni, mi sono chiesto se non sia il caso di implementare simili attività di sinergia tra teoria e pratica anche nel contesto scolastico italiano, per consentire agli studenti di mettere, è il caso di dire, le mani in pasta.

Concludo con una considerazione a latere. Per quanto sapessi che molti italiani, in decenni passati, emigrarono in Belgio per lavorare nelle fabbriche o nelle miniere, non mi aspettavo di trovare una percentuale così alta di docenti – dirigente incluso – e di studenti di origini italiane. Discutendo con loro, ho preso coscienza di quanto sia complesso, e d’altra parte fecondo, il processo di conciliazione tra due identità e due matrici culturali. È stato, anche questo, un arricchimento umano e culturale che credo potrà riversarsi positivamente nella didattica.

 

                                                                                              Marco Duranti

Ultima revisione il 16-02-2026